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Un idolo
.. spezzato (da
Franco Battisti - "Poggio Bustone" ed. D.E.U.I.)
Questa è una piccola storia vera, accaduta intorno agli
anni cinquanta del secolo scorso, quando i giovanissimi poiani non
avevano certamente la dovizia dei giocattoli propria dell'oggi e
la palla per una partitella era spesso fatta da un cumulo di carte
rotolate o di stracci, tenuti alla meglio con lo spago, e un pallone,
anche se di gomma, non lo si era mai visto; figuriamoci poi quello
di cuoio di cui si poteva soltanto favoleggiare o, al più,
se ne poteva sentir parlare nelle trasmissioni radiofoniche delle
partite. Un bel giorno invece, al gruppo più accanitamente
calciofilo, non parve vero di vederne uno di cuoio autentico, con
stupefacente suddivisione dell'area sferica, camera d'aria interna
e chiusura ermetica con il laccio. Chi lo portò, lo trafugò
sicuramente a qualche "compagnuccio" durante le cosiddette
colonie marine, che negli anni a cavallo tra fine '40 e inizi '50,
raccoglievano ragazzini da ogni parte d'Italia, per consentire loro
il godimento della balsamica aria marina della riviera adriatica.
Dire che esso divenne subito un feticcio equivale a dire il vero
perché quando la "deità" veniva portata,
sempre però fugacemente, alla presenza di tutto il gruppo,
non v'era mano che non volesse toccarlo né occhio che si
distraesse dall'oggetto di culto, nemmeno per un istante. Portarlo
poi per strada per rifilargli qualche calcione sarebbe stato sgarbo
inammissibile e pertanto i primi giorni vennero spesi nella contemplazione
del "tesoro". Solo che, se le ragioni economiche sollecitano
costantemente il mondo degli adulti, esse non sono estranee nemmeno
a quello dei fanciulli. E così, da una parte, coloro che
lo avevano portato cominciarono ad accantonare l'iniziale orgoglio
e a sentire il bisogno di ottenere qualche risultato pratico dall'operazione
che avevano compiuto, anche correndo dei rischi, e gli altri, che
qualche risparmiuccio lo avevano, quello di conseguire un diverso
rapporto con l'oggetto dei loro desideri.
L'incontro tra domanda ed offerta avvenne così sul piano
di una specie di società per azioni; a ciascuno, dietro versamento
di una somma ai proprietari (si andava dalle dieci alle quindici
lire) venne consentito di acquistare una o più delle tanti
parti di cuoio che formavano la sfera. Tale multiproprietà
rese all'inizio tutti felici e consentì anche una prima partitella
in via Roma. Al termine della stessa però cominciarono ad
emergere i problemi, anche perché c'era stato chi aveva acquisito
più di una quota e pertanto si sentiva legittimato a chiedere
più degli altri: a chi consegnare il pallone per la sua custodia,
chi sarebbe stato il primo a tenerlo, e per quanto tempo, e, infine,
come doveva essere custodito, e chi avrebbe controllato il custode.
Soprattutto quest'ultimo punto inquietava, perché non v'era
chi non arguisse che chi lo avesse avuto momentaneamente in possesso
non lo avrebbe messo in opera, e ci si chiedeva poi per quante volte
e con quali altri compagni. Possessivi per inclinazione naturale,
i ragazzini avevano commesso un errore d'ingenuità, quello
di dividere con altri la proprietà, ma soprattutto
quella proprietà. Rosi così sempre più dalla
gelosia, si impunirono al punto da trovare l'unica soluzione "logica"
possibile: seguendo le linee della cucitura tagliarono il pallone
in tante parti e le assegnarono a ciascuno secondo i soldi a suo
tempo "cacciati". Ognuno ebbe il suo brandello di cuoio
e religiosamente se lo portò a casa; solo che nei giorni
seguenti si rimpianse sempre più amaramente l'insieme "ludico",
e pur facendo di tutto, magari raccomandandosi, questa volta sì
tutti uniti, a calzolai o sarti o a chiunque si pensava potesse
dare soluzione all'assillo, non riuscirono a ricostituire l'idolo
distrutto.
Una storia di
.baffi
(da Franco Battisti - "Poggio Bustone"
ed. DEUI)
Il baffo, si sa, rappresenta da sempre una storia a parte nell'universo
maschile. E' un vezzo estetico cui possono essere date mille fogge
diverse, in ragione dell'armonia e della peculiarità, sotto
il profilo del bello, che l'uomo vagheggia. Esso va acconciato giornalmente
e coltivato proprio in misura delle aspettative che vi si ripongono,
tant'è che piacere per la singolarità del baffo, per
il tocco di classe che può avere, è il desiderio di
milioni di uomini baffuti. E proprio uno di questi cultori del baffo
è al centro di questa piccola storia, un anziano con prorompenti
mustacchi su cui da tempo si era appuntata la voglia di sfottò
di parecchi giovanotti del paese. Bastava che il vecchio, ormai
così ricurvo da sembrare alla costante ricerca di un oggetto
smarrito, uscisse di casa per attingere acqua nella fontana principale
del paese, che immediatamente veniva fatto segno a gutturali messaggi
che mettevano in caricatura i suoi ricurvi all'insù e foltissimi
baffi. "Baffu" veniva apostrofato più volte da
un coro di voci stentoree, a cui il vecchio rispondeva lanciando
velleitariamente il suo nodoso bastone in direzione di chi lo stava
provocando, dileggiando i suoi baffi e il grande significato che
essi avevano per lui! Non c'era giorno che ciò non si ripetesse
tre o quattro volte. Quando dovette lasciare il paese trasferendosi
a Roma con la famiglia del figlio, si racconta che fu preso da una
grande nostalgia, non solo del paese natio, ma soprattutto delle
scene giornaliere che lo avevano visto protagonista; se no che ci
andava a fare alla fontana tre o quattro volte al giorno e poi che
sfottò poteva essere quello che gli veniva rivolto se lui
non avesse preso la cosa in modo così "risentito",
da dar luogo alle ripetute sceneggiate?! Tanta era comunque la sua
pena che il figlio, nel tentativo di alleviargliela, pensò
bene di rivolgersi ad alcuni giovani della borgata, perché,
gridandogli "Baffu" gli riproponessero l'ambiente rimpianto.
Solo che costoro, trasformarono banalmente il soprannome dialettale
nel romanesco "A baffo"! che non sortiva effetto alcuno,
lasciandolo totalmente indifferente. Ripetuto l'esperimento molte
volte inutilmente, alla fine fu il figlio stesso che, nascosto,
lo apostrofò come un tempo, al che il vecchio scattò
repentinamente nominando i giovanotti che così lo importunavano
in paese. Chi è "'Nsupittu".... "Ru stortu"....,
"Tomasso"? chiedeva girandosi intorno ansiosamente. Buon
per lui che, capita a fondo la situazione da parte dei familiari,
fu ricondotto in paese e potè vedere la fine dei suoi giorni
là dove maggiormente gradiva.
Una strana pizza pasquale (da
Franco Battisti - "Poggio Bustone" ed. DEUI)
Nel periodo pasquale, in paese, usa fare pizze tradizionali che,
insieme alle uova lesse e a saporite fette di capocollo, costituiscono
il menù del cosiddetto "rescioglie", cioè
della prima colazione del dì pasquale. A forma cilindrica,
sormontate da una specie di cappello convesso debordante, spennellato
di rosso d'uovo su cui si attaccano variopinti e minuscoli confettini,
sono particolarmente fragranti e gustose, soprattutto per un punto
di dolce abbastanza contenuto, che ha un retrogusto assai piacevole.
Anche 'Sterina aveva fatto la sua brava pizza, per proprio conto,
nel rispetto pieno della tradizione, e, copertala per bene con un
bianco telo, l'aveva riposta accuratamente sul tavolo della cucina.
Nottetempo però, il "buon" Guido, suo adorato nipote,
che gliene combinava di tutti i colori, raggiunta furtivamente la
cucina e fatto un bel buco alla base della pizza, divorò
tutto l'interno in modo capillare, lasciando l'esteriorità
assolutamente integra. La mattina della Pasqua, 'Sterina, portando
orgogliosamente in tavola la bella torta somigliantissima al cappello
dei cuochi, percepì con meravigliata soddisfazione la sua
leggerezza e rivolta alla nuora: "sienti 'n po'Teresì
quant' è liggiera"!* a cui Teresina, presala a sua volta
in mano, con palese compiacimento: "scine ma' co' qué
l'ha fatta"?**. Quando il coltello cercò però
di penetrare in profondità per le ripartizioni di rito, il
piccolo monumento s' afflosciò sul tavolo come per un maleficio.
"Ah, Teresì, ecco c'è restatu ru sorge "***,
concluse sconsolata 'Sterina, alludendo alle pierinate dell'"amato"
nipote.
*"sienti 'n po'Teresì quant' è liggiera"
(Teresina senti come è leggera)
**"scine ma' co' qué l'ha fatta"? (Sì ma
con che cosa l'hai fatta)
***"Ah, Teresì, ecco c'è restatu ru sorge "
(Ah Teresina, qui c'è stato di nuovo il topo)
La scommessa (da
Franco Battisti - "Poggio Bustone" ed. DEUI)
Guido, dispettoso nipote, scommise una volta con gli amici che
alla nonna 'Sterina, donna senza paura, avrebbe messo paura e la
sera di un giorno, fingendosi malato, si coricò per tempo
aspettando che lo facesse anche la nonna. Nel frattempo, stando
da solo in camera, aveva preparato un marchingegno, lui che era
elettricista, inserendo una lampada all'interno della cassapanca
posta di fronte al letto dove lui dormiva con la nonna, e che, quando
accesa, faceva trasparire una luce sinistra. Quando la nonna, coricatasi,
spense la luce grande, Guido accese ad intermittenza la lampada
della cassapanca che mandò nella camera da letto ripetuti
bagliori che 'Sterina, nel dormiveglia, credette, lì per
lì, fossero frutto di spiriti maligni: "Se jé
anima bbona statte, se jé anima trista vattenne"!*,
proferì con la formula di rito che nel paese si ripete ogni
qual volta sembra di avvistare una fantomatica presenza. Poi rivolta
al nipote che fingeva di dormire: "Guidù m'è
sembratu de veje 'na luce jò 'a capu 'a ru liettu"**
esclamò dopo che l'interruttore a portata di mano del nipote
aveva eseguito lo spegnimento. "None no' t'ié sognata,
pensa a durmì". Ridistesasi 'Sterina, un nuovo improvviso
bagliore la colpì come per un reiterato sortilegio e questa
volta 'Sterina non ne poté più e scelse la via della
fuga mentre la cassapanca, disse poi, bisognava farla ribenedire.
*"Se jé anima bbona statte, se jé
anima trista vattenne"! (Se sei anima buona, stai pure, ma
se sei malvagia, vattene via!)
**"Guidù m'è sembratu de veje 'na luce jò
'a capu 'a ru liettu" (Guiduccio, mi è parso di vedere
una luce in fondo al letto)
***"None no' t'ié sognata, pensa a durmì".
(Nonna ti sei sognata pensa a dormire)
I tre mariuoli (da
Franco Battisti - "Poggio Bustone" ed. DEUI)
Marcu Birbu, Cecce e Francescacciu, a notte fonda, vanno ancora
una volta a rubar galline nello stesso pollaio ma, questa volta
il padrone ha preso le sue misure e, armatosi di un nodoso randello,
ha atteso al varco i mariuoli. Tocca per primo a Marcu Birbu infilare
il braccio nell'uscio per agguantare la preda, ma, ahimé,
una botta violenta glielo fa ritirare con la velocità del
lampo. Non un grido però né un lamento, ma infilata
la mano sotto la giacca, "io la mia l'ho pigliata"*, sibila
tra i denti, facendosi da parte. Tocca poi al secondo e per lui
stessa sorte. Anche questa volta non un grido e neppure un gemito
seguono alla terribile legnata ma, infilatosi il braccio sotto la
giacca, quasi a coprire la refurtiva "pure io la mia l'ho pigliata"**
bofonchia stravolto dal dolore. Va infine il terzo ad introdurre
il braccio nell'uscio e, ricevuta la solita randellata non meno
poderosa e dolorosa delle altre, catapultandosi fuori del recinto,
"ve pozzanu 'ccie, apposta che le galline no' scuccudiavanu"***
urla a perdifiato imprecando e maledicendo mille volte i compari.
*"io la mia l'ho pigliata" (Io la
mia l'ho presa)
**"pure io la mia l'ho pigliata" (Anche io la mia l'ho
presa)
***"ve pozzanu 'ccie, apposta che le galline no' scuccudiavanu"
(Che possano uccidervi, è per questo che le galline non facevano
coccodè)
Trieste '50 (da
Franco Battisti - "Poggio Bustone" ed. DEUI)
Era Trieste il nome di uno dei personaggi più stravaganti
del paese negli anni cinquanta del Novecento, bizzarro proprio come
quel nome che forse gli era stato affibbiato in omaggio alla bella
città annessa all'Italia nel 1918. Quale fosse il suo mondo,
quale la sua vita di relazione, come riuscisse "a campare la
famiglia", pensiamo proprio che sia problematico dirlo. La
linea di demarcazione tra il serio e il faceto, tra verità
e simulazione, tra franchezza e dissimulazione, tra furbizia e ingenuità,
era in lui così costantemente incerta e mutevole, che facevi
sempre enorme fatica, o più spesso dovevi rinunciare a discernere,
se la sua identità era questa o quella, oppure tutte e due
insieme o nessuna. La penna di Pirandello avrebbe avuto certamente
di che scrivere! Bastino per tutte due storie.
E' verso sera e rincasando la moglie dalla spesa, si trova davanti
ad una tragica scena. Trieste giace a terra disteso, in prossimità
del camino, con la lingua da fuori e una corda intorno al collo.
Alle disperate grida della donna accorre il vicinato, pronto come
sempre a dare una mano, arrivano altri richiamati dal frastuono,
in breve una moltitudine s'accalca davanti all'abitazione, perché
Trieste s'è impiccato, così è corsa voce in
paese. Nel trambusto, inverosimilmente, nessuno s'accorge che la
corda intorno al collo è legata al mortaio che sta posto
sulla mensola in legno del camino. Quando Trieste, però,
cercherà di alzarsi per mettere fine alla situazione grottesca,
allora gli cadrà sul capo "la pilocca, ru pistasale
e tuttu lo sale", ma ciò non gli impedirà di
sgusciare, svelto come un felino, tra la gente attonita per darsela
precipitosamente a gambe, a scanso di veri e grossi pericoli.
Eppure il gioco continuava, perché era così coinvolgente
Trieste nella verosimiglianza dei suoi scherzi, che la gente ci
cascava, anche se, bisogna dire, spesso rischiava legnate "di
massa", ma forse non nell'episodio che segue, dato che è
presumibile ritenere che sarà stata gradita da tutti l'oretta
di lavoro persa per soccorrere
. il ferito.
Alle fatiche dei tanti poggiobustonesi che lavoravano alla strada
che doveva congiungere il convento francescano alla località
"capu 'e ru cunnuttu", sotto il sole cocente di luglio,
corrispondeva un salario da fame. Era l'occupazione bracciantile,
molto occasionale, dell'Italia postbellica fine anni quaranta e
quello che passava il convento dovevi purtroppo prendere. Tra i
tanti c'era anche lui, petto villoso nudo, pesante mazza da scaricare
con forza sulla dura roccia, spesso insensibile anche alle mine,
fatica che non si regge. Nel bel mezzo della giornata lavorativa,
appena sferrato l'ultimo colpo di mazza, un grido lacerante si leva
e, portandosi la mano su un occhio, gesto istintivo di chi è
stato colpito da una scheggia, Trieste parte a razzo, giù
per la via ancora dissestata, gridando a perdifiato "pora famiglia
mia arruvinata, pora famiglia mia arruvinata". Ogni operaio
stacca e, solidarmente insegue il ferito, gridandogli di fermarsi
perché possa essere soccorso. Ma quello corre
da staccarsi
le gambe dal busto, sempre gridando ed agitandosi come un ossesso,
fino a quando stremato da due chilometri di strada, non si ferma
nel piazzale delle Missioni, davanti al convento francescano, trafelato,
pantaloni scesi sotto l'epa aggettante. Un nugolo di persone arriva
immediatamente, gli si fa intorno, lo stende a terra, cerca di togliergli
la mano che ancora tiene sull'occhio, vuole vedere per aiutare.
E' allora che tolta la mano dall'occhio, con quel suo modo di essere,
a mezzo tra chi ti ha preso per il sellino e chi vuole far finta
di niente, mimando il pericolo corso con la mano fatta passare vicino
all'occhio e alla tempia, candidamente esclama: "Oh ma m'è
passata cucì vicina, eh!", riferendosi chiaramente alla
scheggia.
"pora famiglia mia arruvinata, pora famiglia
mia arruvinata". (Povera famiglia mia rovinata, povera famiglia
mia rovinata).
"Oh ma m'è passata cucì vicina, eh!" (Guarda
che mi è passata così vicina, eh!)
Un mostro preistorico (da
Franco Battisti - "Poggio Bustone" ed. DEUI)
Nella viva popolarità "poiana" spicca un gusto
collettivo, quello compiaciuto dell'iperbole, che nasce dal desiderio
di fare scoop, di produrre meraviglia o stupore, enfatizzando la
narrazione di fatti in modo che essi diventino eventi. Se ad essa
poi si associa la voglia burlesca, decisamente diffusa in paese,
ne viene fuori una miscela esplosiva che ha dato spesso luogo ad
esilaranti situazioni. Valga per tutte la storia del serpente che,
chissà come e ad opera di chi, prese il via in una calda
giornata estiva dell'anno 1964, quando dall'autobus di linea delle
ore 15.00, che fermava in piazza Emo Battisti, scesero alcune persone
che riferirono di aver sentito che in località S. Margherita,
in territorio di Cantalice, era stato ucciso un serpente della lunghezza
di circa due metri ma dal capo grosso come quello di un montone.
Quelli che raccolsero la notizia, la riportarono immediatamente,
aggiungendovi però un mezzo metro alla lunghezza del rettile,
che diventò così di due metri e mezzo. Nel giro di
una mezzoretta l'animale era diventato un mostro di quattro metri
con una testa talmente grossa che poteva essere paragonata, con
un termine ancora più iperbolico, a quella di una mucca.
Manco a dirlo si formò ben presto una bella carovana di vetture
che si mise in moto verso la piana incurante di una strada che era
in fase di depolverizzazione e che per via della massicciata che
allora bisognava fare prima di asfaltare, era stretta e pericolosa.
Seguita da un'enorme nube di polvere la carovana, forte di una trentina
di autovetture, tutte quelle esistenti allora a Poggio Bustone e
tutte stracariche per via del passaggio che non si poteva certo
negare a chi lo chiedeva anche con petulante insistenza, raggiunse
il sito del presunto ritrovamento e uccisione del preistorico bestione,
del quale però nessuno, tra gli abitanti del posto interpellati,
seppe dare alcuna notizia. All'iniziale incredulità si sostituì
subito una corale precisa argomentazione, suffragata dagli abitanti
del posto: evidentemente vi era stato un errore nella segnalazione
del luogo, che quello non era ma probabilmente un sito con nome
quasi uguale; d'altronde nessuno pensava ad una invenzione di sana
pianta per cui se un rettile era stato ucciso bisognava trovarlo,
a dispetto di qualsivoglia sua dimensione, e quindi si dette il
via ad una nuova destinazione, questa volta pervenendo in prossimità
del lago di Cantalice, forse perché, freudianamente, ivi
sospinti dalla memoria del mostro di Loch Ness che, nella leggenda,
abita le profondità lacuali di quella località. Anche
in questo secondo caso le ricerche restarono infruttuose ma nessuno
si dette per vinto e tutto il pomeriggio venne impiegato a cercare,
con la nuova strategia dell'ordine sparso, nelle più disparate
località della piana quella che poteva essere la sede del
mitico essere. Soltanto a sera le vetture fecero ritorno in paese
ma, come se si fossero messi preventivamente d'accordo, tutti riferirono
di aver visto una cosa stupefacente e orripilante, senza peraltro
dare le coordinate giuste del sito del ritrovamento, indicato genericamente
in modo da scatenare la curiosità di chi ascoltava. Chi ne
aveva voglia che se lo cercasse da sé il luogo e non mancarono
di certo nelle giornate a seguire tanti altri che cercarono e cercarono
senza trovare, ma, naturalmente, sempre riferendo di aver trovato,
e mai mancando di arricchire e personalizzare dimensioni e connotazioni
del mostro. Del burlone ideatore mai si è avuta neppure la
più piccola traccia, ad onta del desiderio vivissimo che
pure avrà avuto di far sapere a tutti di essere stato il
primo anello di una così curiosa catena, forse nella consapevolezza
che, se anche si fosse rivelato, nessuno naturalmente gli avrebbe
creduto.
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